Lettera aperta ai giovani… e non solo.

LINK AL PDF DELLA LETTERA (clicca)

Carissima, carissimo,
ho deciso di scriverti, come si fa con un amico, ciò che sto vivendo.
Come capita tra amici, quindi, non desidero risposte o corrispondenza (anche se volentieri le accetterei); non voglio convincerti di qualcosa e non voglio nemmeno difendere Dio, essere apologetico. Il Signore non ha bisogno di avvocati.
Voglio solo raccontarti quello che la mia umanità e la mia fede adesso stanno vivendo.
Come accade tra amici.
Scusa ancora: potresti annoiarti nella lettura di quanto ti sto per scrivere, potrei dilungarmi un po’ troppo.
Perdonami e, se vuoi, leggi il racconto che sto per iniziare a pezzi, come se ti trovassi di fronte a tante storie raccolte in una sola!

Mi sono imbattuto in questa immagine.

Folgorato.

Capace di fare sintesi di queste mie settimane di Quaresima/quarantena. É l’indice, come se questo tempo fosse un romanzo, di un testo ancora lontano dall’essere portato a compimento.

SETTIMANA I
Menomato, non meno-prete!
Quando il punto rischia di sfuggire.

Da cento a zero in pochi attimi: ventiquattr’ore preADO, incontri con i genitori, presentazione estate. Il susseguirsi di notizie quel 23 di febbraio ha bloccato un mondo in corsa. Il mio mondo in corsa. Ogni stop repentino (altrimenti detto schianto) genera conseguenze.
Questo stop repentino ha generato in me una domanda: cosa rimane del mio essere prete ora?

Domanda diabolica a volerci ben guardare: un papà non è papà perché porta il figlio allo stadio o a giocare oppure perché gli procura il necessario per vivere. Un papà è papà perché ama il proprio figlio. Le azioni sopra citate sono solo esempi, forme, della sostanza sacrificale che contraddistingue l’amare di un padre.

Ma torniamo a noi: nessun incontro, nessuna attività, oratori chiusi… addirittura nessuna Messa celebrata insieme alle altre persone.
Mi sentivo menomato. Menomato, etimologicamente, è chi è “ridotto ad essere meno, più piccolo”.
Ha risollevato l’animo questo testo trovato quasi per caso il cui autore è il Cardinale Van Thuan (uno che si è fatto nove anni in isolamento in un carcere vietnamita e che, quindi, di limitazioni delle libertà “se ne intendeva”):

Una notte, dal profondo del mio cuore ho sentito una voce che mi suggeriva: «Perché ti tormenti così? Tu devi distinguere tra Dio e le opere di Dio. Tutto ciò che tu hai compiuto e desideri continuare a fare, visite pastorali, formazione dei seminaristi, religiosi, religiose, laici, giovani, costruzione di scuole, di foyer per studenti, missioni per l’evangelizzazione dei non cristiani… tutto questo è un’opera eccellente, sono opere di Dio, ma non sono Dio! Se Dio vuole che tu abbandoni tutte queste opere, mettendole nelle sue mani, fàllo subito, e abbi fiducia in lui. Dio lo farà infinitamente meglio di te; lui affiderà le sue opere ad altri che sono molto più capaci di te. Tu hai scelto Dio solo, non le sue opere!

Straordinario! Questa “menomazione” nelle opere mi avrebbe permesso di concentrarmi sulla sostanza del mio essere prete, non sulle sue forme!
Come un padre non misura l’amore che vive nei confronti dei suoi figli nella quantità di esperienze che offre loro e nemmeno in “cosa sarebbe disposto a fare per loro” ma dalla responsabilità che esercita nei loro confronti; io sono stato chiamato a misurare la mia decisione di seguirlo con un metro di giudizio elementare ma infallibile. Sto vivendo la mia fede ora? Ecco cosa sono chiamato a fare da prete. Ecco qual è la responsabilità di un prete.
Quella di vivere la propria fede fino in fondo per ricordare a chi lo circonda che sperare è ancora possibile!

Del resto, noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio!

SETTIMANA II
Uno strappo inatteso.
Siamo proprio sicuri che andrà tutto bene?

É stata la settimana dei flash-mob. Applauso alle 12.00, cantata sul balcone alle 17.00 e arcobaleno corredato dall’immancabile “tutto andrà bene”.
No. Non è vero che tutto sta andando bene, non è vero che tutto andrà bene.

Di dolore, in questa settimana ho iniziato a percepirne. Ecco perché questa allergia rispetto a tutte quelle “bugie bianche” capaci di agire sul sentimento e non sulla realtà! Le persone hanno iniziato ad ammalarsi, qualcuna anche a morire.
Quanto è irrispettoso nei loro confronti e nei confronti dei loro cari questo carosello di false speranze?

Non basta fare finta che non ci siano strappi sul tessuto per poterli riparare. Anzi, far finta che il male non esista non porta ad altro che a provocarsene di più grave.
Non è sufficiente chiudere gli occhi nel tentativo di non percepire la realtà; serve tenerli ben desti per poterla vivere!

Il dolore è ciò che ci protegge: il fastidio ad un ginocchio è ciò che ci impedisce di insistere con il rischio di danneggiarlo ulteriormente. Sarebbe stupido, anche potendolo fare, ignorarlo.
Ancor più ingenuo è esorcizzare paura e dolore non potendoli eliminare. Quindi? Come superare questo dolore?

Forse ci siamo: ho capito! Quando l’uomo non ha il medicinale capace di curare un male inizia ad assumere farmaci capaci di eliminarne i sintomi!
Non esiste uomo sul pianeta capace di alleviare il dolore provocato dalla morte, dalla paura. Tentiamo, quindi, di curare questi sintomi con espedienti palliativi. Non basta. Serve una medicina contro il male, non contro i suoi sintomi! Altrimenti il male, asintomatico, continuerà il suo corso.

A dire il vero un farmaco esiste. È la Resurrezione.
É un farmaco che forse ti fa stare anche peggio.
Solleva domande del tipo: “Ma se Dio esiste e ci ama, perché non risolve questa situazione?”
É un farmaco, quello della fede nella Resurrezione, che ci mette nella condizione di “sindacare” sul modo in cui Dio ci salva.
Che mette quindi a repentaglio addirittura la Sua “reputazione”, ma che, incredibilmente, cambia la realtà delle cose. Abbiamo bisogno di cambiamenti reali, non di percezioni distorte.
La Resurrezione non muta non distorce la percezione di dolore (necessaria per intuire la gravità delle questioni) ma trasfigura la realtà delle nostre vite facendole tornare ed essere immortali!

Come facciamo a dire, a questo punto, che Dio permette il male dopo aver scoperto che lo redime nella sua radice più profonda?

Del resto, noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio!

SETTIMANA III
Fili rossi per cucire.
Un eroe per ogni occasione.

Sintesi di questi sette giorni: medici ed infermieri osannati ed elevati a divinità!
Gli stessi che fino a qualche settimana fa erano protagonisti di cronache mediamente screditanti dai titoli: “Malasanità”, “Sprechi negli ospedali” e via discorrendo.
Per favore. Un minimo di equilibrio!

Per inciso, credo che l’origine di questi due comportamenti estremi sia riconducibile alla medesima visione distorta.
Si crede che la vita delle persone sia nelle mani di altre (i medici in questo caso).
Se il medico è la persona che la vita te la salva, allora è un eroe; se non riesce a salvartela… beh, “non ha fatto il suo dovere” e il sospetto della negligenza, quasi automaticamente si insinua.
Non è sempre così. Non siamo detentori del potere sulla vita e sulla morte. La vita ci è stata affidata, non viene da noi. Possiamo solo custodirla nel miglior modo possibile!

Torniamo però a noi. Di fronte a queste persone, che indubbiamente stanno tessendo alcuni dei fili necessari per ricucire lo strappo, sorge spontanea un domanda: “Io che faccio?”
Parlavo con una giovane che mi diceva: “Ci sono persone decisive per la vita di altre… ed io? Qui chiusa a casa!”
La domanda è verissima è il desiderio incredibilmente nobile, la risposta (sottintesa): “Non sto facendo nulla di decisivo!”
Ne siamo proprio sicuri? Questa sensazione di inutilità è sostenuta, a mio modo di vedere, da due tentazioni: quella di misurare l’agito con il metro della “incisività” e quella di confondere l’essere con il fare!

Parto dalla seconda: quella del fare è la categoria che ci spinge a generalizzare.
Chi fa oggi l’infermiere, il medico, il trasportatore o l’educatore di comunità è “di più” di chi fa l’amministratore di una realtà “sospesa”, l’insegnante o altro. Non è così.
La differenza non è determinata da cosa facciamo, ma da chi siamo! Anche oggi un medico può agire male perché non umanamente all’altezza del compito che è chiamato a svolgere. Anche oggi una maestra che decide di essere tale anche a “scuole chiuse” può coltivare un desiderio educativo talmente forte da spingerla a reinventarsi già ora o a cambiare in meglio quando tornerà attiva.
Non siamo determinati da quello che sappiamo fare o che facciamo, ma da chi siamo.
Mettere al primo posto la qualità del fare certamente ci rende sempre più competenti, ma rischia di trasformare queste competenze in idoli.
Solo chi vive il primato dell’essere (umano) incrementa le competenze tenendo bene a cuore il fine delle competenze stesse. Essere sempre più uomini!

Per risalire alla prima: è a questo punto chiaro quanto l’importanza del singolo non dipenda dalla sua capacità di essere incisivo e decisivo! Gli uomini sono importanti perché uomini: prima figli, poi fratelli o sorelle, poi padri o madri. In questo cammino diventiamo capaci di essere come Lui. scopriamo che a renderci felici non è la forma della Sua imitazione, ma il fatto stesso di imitarLo!

Del resto, noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio!

SETTIMANA IV
Stoffa bianca da scoprire
Il Signore scrive dritto su righe storte!

Titolo della settimana: “Ne usciremo migliori!”
Per quale motivo? Ne siamo proprio sicuri?
Non vedo queste settimane alla stregua dell’immersione di un panno sporco in acqua saponata.
Mi sembrano più simili all’acido per la carta fotografica.
Non necessariamente queste settimane tireranno fuori il meglio di noi stessi!
Più semplicemente tireranno fuori noi stessi! Ciò che ci ha impressionato emerge. Mostriamo davvero ciò che siamo, come in ogni momento di difficoltà!

Anche questo fatto, però, ha un vantaggio. Come lo strappo nella stoffa rende visibile ciò che sta sotto, così uno strappo del quotidiano fa emergere chi veramente siamo diventati!
Questa verità ci renderà liberi di agire su noi stessi nel futuro prossimo! Vero, sarebbe stato meno faticoso rimanere intorpiditi nel nostro impegnatissimo ordinario, ma questo fatto ci rimette in gioco!
Rappresenta l’occasione della vita per fermarsi, guardarsi per bene, e scoprire in cosa Gli siamo dissimili!
Proprio così. Settimana scorsa abbiamo scoperto che la felicità non dipende da ciò che facciamo ma da quanto siamo uomini. Ecco, se gli uomini Gli assomigliano (o almeno dovrebbero essere creati a Sua immagine e somiglianza) sarebbe interessante usare questo criterio per capire quanto bianco e quanto nero ci sono sotto lo strappo che è venuto a crearsi!

La speranza è che ciascuno faccia questo esercizio! Allora sì, ne usciremo migliori!
Non voglio ridurmi a vivere di automatismi. L’occasione non è data solo dalla situazione ma dal grado di libertà che scelgo di coinvolgere nella situazione stessa.

Mi viene in mente un esempio stupido, spero possa essere chiaro. Per decidere di andare a correre non basta acquistare un paio di scarpe e una tenuta adeguate. Non è nemmeno sufficiente accorgersi di dover “tornare in forma”. Serve appassionarsi alla corsa. Come? Decidendo di iniziare a correre, magari con un buon (e già appassionato) compagno.

Ne usciremo migliori solo se questa occasione ci permetterà di appassionarci al bene, di appassionarci all’Amore.

Del resto, noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio!

SETTIMANA V
Un ricamo per il futuro
Che toppa utilizzare?

Il picco! Forse la parola più ricercata su Google in questi giorni!
Curiosa coincidenza! Caso vuole, il momento peggiore di questa ondata (nella speranza di non averne altre tra i piedi), corrisponde quasi all’apice dell’anno Cristiano: la Pasqua!
Un parallelismo significativo.

Impossibile non farci caso! Lascerò che le riflessioni di queste settimane mi aiutino a rileggere gli accadimenti pasquali e che la Pasqua dia speranza alle prossime settimane!

Ciò che illumina la morte del Signore è la Risurrezione.
Ciò che offre luce al nostro tempo è la speranza nella stessa Resurrezione.

Ciò che è mancato (e sta mancando) a questo tempo di fatica è la vicinanza umana di una comunità. Un contatto fisico, una carezza, un abbraccio.
Ciò che scaturì dalle vicende di Nostro Signore qui, sulla terra, fu la Comunità, la Chiesa.
Quasi come a dire che queste due dimensioni sono e rimangono inscindibili.

La Resurrezione cambia la realtà della nostra vita, la Chiesa rende evidente questo cambiamento nei testimoni e nella comunità e ne celebra il Memoriale nell’Eucaristia.

Ecco da dove ripartire, dagli unici luoghi davvero necessari e che questo tempo, nella complessità ha svelato: la Chiesa e l’Eucaristia!

28Del resto, noi sappiamo che tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio, per coloro che sono stati chiamati secondo il suo disegno. 29Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto, li ha anche predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli; 30quelli poi che ha predestinato, li ha anche chiamati; quelli che ha chiamato, li ha anche giustificati; quelli che ha giustificato, li ha anche glorificati.

Rm 8,28-30

Con affetto ed augurando una
Buona Pasqua!

don Andrea

I commenti sono chiusi.

This website uses cookies to improve your experience. We'll assume you're ok with this, but you can opt-out if you wish. Accept Read More